Ecco, vi voglio raccontare come è nato il mio amore per l'America (Giugno 2018)
e come attraverso l'America ho riscoperto il mio profondo amore per l'Italia. Agosto 1944. Chi vi parla era un bambinello oltretutto ammalato per una gastroenterite, magro come un baco perché ormai non c'era più nulla da mangiare a Firenze e la nonna e le zie alle quali ero affidato si levavano il pane di bocca per farmi stare in piedi. La mia casa vicina al Duomo, aveva il vantaggio di avere le finestre che davano su un grande giardino sul quale si affacciavano altri appartamenti. In quel giardino si consumava la vita miserevole di tante famiglie nell'attesa che gli alleati riuscissero ad entrare in Firenze. I tedeschi avevano già fatto saltare i ponti sul fiume Arno meno il Ponte Vecchio forse perché il comandante nazista era anche un uomo di cultura e non se l'era sentita di distruggere quella incredibile testimonianza architettonica. Ormai gli inglesi erano già entrati in città, presto seguiti anche dagli americani. Una mattina dal cancello del giardino entrò un veicolo che sembrava venuto da Marte. Era una Jeep con un soldato che aveva viveri da distribuire alla popolazione. La mia nonna paterna alla quale ero stato affidato visto che mio padre stava combattendo nell'Africa orientale, era riuscita a farsi dare, certo barattando qualche cosa di valore, una grande scatola di corned beef. Quando la nonna è uscita per andare a trovare qualche altra cosa da mangiare, nonostante i cecchini fascisti che sparavano sulla folla, mi sono alzato dal letto, ho aperto quella scatola e ho afferrato a piene mani quello strano contenuto alimentare. Nonostante la gastroenterite non sono morto, anzi, se volete farmi un regalo non mi date del caviale ma una scatola di corned beef. Passano i decenni. Con mia moglie e i figli adolescenti ci dedichiamo a lunghi viaggi con il camper. Decidiamo di impegnare l'estate nella visita delle spiagge della Normandia dove le truppe alleate erano sbarcate il 6 giugno 1944. Ancora il film di Spielberg "salvate il soldato Ryan" non era stato immaginato. Dopo esserci soffermati nelle spiagge dove le truppe alleate erano riuscite a sbarcare nonostante il fuoco a tappeto dei tedeschi, il nostro viaggio si è concluso nel cimitero di St. Laurent sur Mere dove sono sepolti 9387 soldati americani. Di fronte a quelle croci, stelle di David, tutte della stessa dimensione, insieme ai miei ragazzi, e mia moglie mi sono messo a leggere i nomi scritti ed erano in gran parte di giovanissimi. Ho detto a Max e Marco quello che sentivo nel cuore: quei ragazzi che venivano da chissà dove, avevano sacrificato le loro giovani esistenze tentando di scalare quel maledetto promontorio. Il loro sacrificio aveva garantito a me, a mia moglie ed ai miei figli una vita di libertà. Ed eccoci alla terza parte della mia testimonianza di emigrante italo-americano. Quando a fine carriera mi è stato detto di andare negli Stati Uniti a dirigere la sezione americana dell’Iri ho telefonato a Romano Prodi che aveva lasciato la presidenza dell'Istituto per la seconda volta dopo averlo risanato. "Vai, mi ha detto, sarà un'esperienza interessante per te ma soprattutto per i tuoi figli." Negli Stati Uniti c'ero andato un'infinità di volte per ragioni professionali. Anzi diciamo meglio in prevalenza New York era stata per anni il riferimento con le sue agenzie di pubblicità. Ma un conto è fiondarsi in America al massimo per una settimana, e un conto è viverci stabilmente. La sede dell'Iri si trovava a Washington una città estremamente vivibile e in pratica sconosciuta alla maggioranza dei turisti italiani per i quali America è uguale a New York, San Francisco, e le cascate del Niagara. Inutile dire che la decisione di andare negli Stati Uniti ha creato nella mia famiglia immediate reazioni che andavano dall'entusiasmo di mia moglie sempre pronta a trovare interesse in nuove esperienze, alle contrastate proteste dei figli che dovevano lasciare i loro amorazzi e dovevano completare uno il corso di laurea in giurisprudenza alla Luiss e l'altro decidere se iscriversi ad una università americana (con quello che sarebbe costata). La previsione era quella di rimanere negli Stati Uniti per non più di 2-3 anni. Dopo sarei dovuto ritornare nella sede centrale dell'Iri a Roma a respirare il fumo delle sigarette degli altri colleghi dirigenti deambulanti nei corridoi in attesa del raggiungimento della pensione. Quanto ai figli, Max laureato col massimo dei voti e lode alla Luiss decide di trasferirsi a Washington e Marco si cimenta nella ricerca di una università di prestigio americana disposta ad accettarlo. GeorgeTown University lo accoglie e riplasma un giovane che in Italia galleggiava come tanti altri sulle recriminazioni nei confronti di tutto e di tutti. Laurea "magna cum laude" e la voglia di affermarsi in un contesto sociale molto difficile come quello americano. Nel frattempo avevo dato inizio alle pratiche per l'ottenimento della carta verde per me e per i miei familiari. Quando si è trattato di ritornare a Roma abbiamo deciso che ormai era meglio rimanere a Washington impegnandoci in una nuova vita. Noi siamo emigranti di lusso se paragonati ai milioni di connazionali arrivati all'inizio del 20º secolo in questo paese senza conoscere una parola d'inglese ma con la solida determinazione di riuscire a dare un futuro ai propri figli, lottando strenuamente contro l'ostilità delle altre componenti sociali ormai stabilizzate. Ed eccoci al dunque: vivendo negli Stati Uniti mi sono sorpreso ad amare sempre più intensamente il mio paese di origine, l'Italia, grazie soprattutto all'interesse e all'entusiasmo dimostrato da tanti americani quando venivano a sapere che eri italiano di Firenze, vissuto per anni a Roma. Perché l'Italia per molti miei nuovi connazionali americani significa il sogno di un viaggio in un paradiso di arte, cibo, moda, talento del saper vivere. Per altri che in Italia ci sono stati c'è la voglia di tornarci quanto prima. L'America paese di emigranti, una società che sino ad ora è riuscita a plasmare culture e razze diverse in un unico contesto fatto di garanzie e di libertà. Ma le radici per un emigrante sono sempre lì a ricordarti chi sei e da dove vieni. Ecco perché concludo questo mio intervento dicendo: "Grazie America perché mi hai fatto riscoprire il mio amore per l'Italia".
Oscar Bartoli
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